Il caso
di: Hjct AlfredRoma, nove di sera, piove. Al sesto piano di un palazzo in piazza Navona viene ritrovato il cadavere di Paolo Bianchi, settant'anni, un ex funzionario del ministero degli Esteri. Gli agenti lo hanno trovato in salotto, riverso sul tappeto, gli occhi spalancati verso il soffitto. Una macchia di sangue sulla camicia, all'altezza del cuore. E' chiaramente un omicidio.
Gli agenti della Scientifica sono già arrivati per cercare indizi e compilare una descrizione della scena che diventerà parte essenziale del rapporto.
Loro lo chiamano «ritratto parlato del luogo», perché deve contenere ogni particolare. Cosi si spostano in ogni angolo della casa, seguendo un piano d'osservazione già stabilito: da destra a sinistra, dal basso verso l'alto, tutto nei minimi particolari senza tralasciare nulla. Un agente fotografa la mano sinistra della vittima, accanto alla quale ha appoggiato la fascetta metrica che in seguito consentira al computer di elaborare ogni altra misurazione. Un collega disegna la planimetria della stanza e la posizione del cadavere su un pc portatile. Un altro ancora riprende tutto l'ambiente con la telecamera. Poi ha inizio la raccolta dei reperti: un bossolo, un ciuffo di capelli nel cinturino dell'orologio della vittima, tracce di fango sul pavimento.
Dell'arma non c'è traccia.
Quando arriva il magistrato inquirente, accompagnato dal medico legale, il un agente sta prelevando le ultime impronte digitali su un portacenere di ceramica: sparge col pennello una polvere grigio argentea, a base di alluminio, poi la asporta con un nastro adesivi nero: sarà esaminata più tardi in centrale.
Ora tocca al cadavere: ha ancora tracce di calore, le carni sono molli, prive delle macchie rossobluastre che si accumulano nelle cosiddette zone declivie, per la legge di gravita, in seguito all'arresto circolatorio. Il medico légale ne è certo: l'omicidio è awenuto meno di tre ore prima.Comunicato Ansa. «Giorgio Bianchi, funzionario del ministero degli Esteri in pensione, è stato ucciso ieri sera nella sua abitazione. In base ai primi accertamenti, gli investigatori escludono che l'omicidio abbia qualche collegamento con l'attività svolta in passato dalla vittima».
È mattina presto e il magistrato ordina le indagini tecniche: l'autopsia è affidata a un altro medico légale iscritto al collegio dei periti del Tribunale. Ma di tutte le altre analisi si occupa ancora la polizia scientifica. Nel loro laboratorio i biologi esaminano i capelli ritrovati sul cinturino: sono castani, abbastanza corti. Da quelli che hanno conservato il bulbo pilifero, si ricostruisce il profilo genetico del probabile assassino. Le tracce di fango ritrovate sul pavimento sono invece esaminate da altri esperti nel loro laboratorio: si usano il microscopio elettronico a scansione e il diffrattometro a raggi x.
Le indagini continuano.
Si scopre che la vittima possedeva una Beretta 70 (e 1 esperto balistico della scientifica, che ha analizzato il bossolo, conferma che il colpo è partito proprio da quel tipo di arma) e che uno dei suoi nipoti, 32 anni, impiegato di banca, non rientra a casa propria da alcuni giorni. Quando gli investigatori lo rintracciano, sul luogo di lavoro, dichiara di essere appena tornato da una vacanza in Toscana e di non sapere nulla della morte dello zio. Per la notte dell'omicidio però, non ha un alibi: avrebbe potuto benissimo arrivare a Roma in macchina, uccidere Paolo Bianchi e ripartire. Inoltre, ulteriori ricerche rivelano che in passato il ragazzo è stato segnalato per uso di cocaina.Il cerchio comincia a stringersi.
Il magistrato che si occupa delle indagini ordina la perquisizione dell'appartamento del giovane, che è assistito da un avvocato. La scientifica inizia a cercare indizi: in bagno, da una spazzola, viene raccolto un ciuffo di capelli (e, in seguito, i biologi confermeranno che sono identici a quelli ritrovati sul luogo del delitto). In cucina, dentro il barattolo del caffè, si trova poi una bustina di plastica che contiene una polvere bianca. Droga? Basta poco per saperlo: l'agente apre la valigetta, dove sono contenute nove fialette di vetro e sceglie la numero otto. Il "reattivo di Jung" dà il responso in pochi minuti: cocaina. Dall'analisi della sostanza i chimici confermeranno che si tratta di droga già tagliata, pronta per il consumo.
Il nipote di Paolo Bianchi, ora in stato di fermo, risponde alle domande del Pubblico ministero: si, fa uso di cocaina, No, non ha ammazzato lo zio. L'avvocato, intanto, appoggiandosi a propri periti prepara la difesa, sul luogo del delitto sono state ritrovate le impronte digitali del suo assistito (ma è normale visto che il ragazzo frequentava la casa). Le tracce di fango hanno la stessa composizione chimica del terreno che circonda l'albergo in Toscana dove il ragazzo era in vacanza (ma in Italia quasi tutti i terreni contengono silicati di calcio, magnesio, alluminio, ossido di ferro, solfati, carbonati...). C'è il problema dei capelli, è vero, quelli ritrovati appartengono senz'altro al nipote. In compenso, l'arma del delitto non è stata ritrovata. Ma il piano di difesa è prematuro. Al giovane hanno infatti ceduto i nervi. Grida: «L'ho ucciso, si. Avevo bisogno di soldi e lui non me li voleva dare. L'ho minacciato e lui mi ha puntato addosso la sua pistola. Abbiamo lottato, lui mi teneva per i capelli. Poi è partito un colpo». L'avvocato, adesso, non ha che un perito da far intervenire: lo psichiatra. Forse dimostrerà che, quando ha ucciso lo zio, il suo assistito era incapace di intendere e di volere.
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